Giugno 2019, La Grande Illusione

VT: E’ in vena di fare una magia?
Giovanni Comoli: Giá, illusione e illusionismo! Non avevo associato la magia con quello che voglio dire io! Si diverte proprio a giocare con le parole…!
VT: In effetti non amo farlo in modo particolare, però quello che mi piace è stuzzicare lei!
GC: Me ne sono accorto! Questo mese parliamo del grande fenomeno dell’immigrazione.
VT: Non è un argomento facile! Perchè vuole trattarlo?
GC: Perché più volte mi ha commentato di avere la sensazione che i nuovi arrivati nelle Canarie siano più consapevoli di cosa aspetta loro. In realtà io continuo a ricevere imprenditori che sognano miracolosi spostamenti di sede della loro attività, lancio di idee commerciali che dovrebbero rivoluzionare il mercato delle isole in un lampo oppure pensionati convinti che non pagheranno neppure un centesimo di imposte.
VT: Che effetto le provocano questi progetti?
GC: Ogni volta mi tornano in mente Aziz e Zahra.
VT: Chi sono?
GC: Quando vivevo ancora in Italia, vicino al mio ufficio viveva una splendida famiglia di marocchini con due bellissime bambine. Con il tempo, avevamo stabilito una certa amicizia e mi avevano raccontato la loro storia: venivano da un paese vicino al mare situato a pochi chilometri da Rabat, la capitale del Marocco. Aziz era vicedirettore di banca e lei insegnante di lettere in una scuola media.
VT: Perché ci parla di loro?
GC: Perché, all’inseguimento di un sogno, avevano abbandonato tutte le sicurezze di una vita per trasferirsi nella ricca Italia. Avevano presto finito i risparmi ed erano finiti a vivere nel mio piccolo e gelido paese di montagna, in una casa vecchia e decrepita che era l’unica che potessero permettersi. Lui aveva poi trovato lavoro in una catena di montaggio in una fabbrica a 12 kilometri di distanza da casa sua, strada che, non avendo auto, doveva farsi spesso a piedi, a volte alle 5 del mattino. Lei si aggiustava, invece, pulendo le scale di qualche condominio.
VT: Certo che era peggiorato bene il loro livello di vita!
GC: Lui, per orgoglio, non voleva ammetterlo, mentre lei, più di una volta, mi aveva confessato la grande amarezza per quella scelta sbagliata.
VT: Deve averla colpita molto quella storia per ricordarla così dopo tutti questi anni.
GC: In quell’epoca, era il 1997, io stesso stavo preparandomi per emigrare e quell’esempio mi era servito per vivere la mia esperienza con estrema consapevolezza e rispetto.
VT: Quindi, se ho capito bene dove vuole arrivare, ritiene che molti italiani desiderino emigrare sotto la spinta della stessa illusione che ha colpito persone come Aziz e Zahra?
GC: Non posso dirlo per altre zone però sia io che lei, in questi anni, abbiamo visto molti connazionali lasciare il lavoro e vendere la casa in Italia per trasferirsi in queste isole e doverle poi lasciare pochi mesi dopo, spesso senza soldi, per non essere stati capaci di integrarsi.
VT: Perché succede, secondo lei?
GC: Principalmente perché si sottovalutano le difficoltà e gli aspetti negativi. La maggior parte delle persone che intendono trasferirsi credono che il problema maggiore sarà la lingua e, nonostante questo, le posso confermare che sono pochissimi quelli che investono qualche soldo in un corso di spagnolo prima di partire.
VT: Ora che lo dice, mi rendo conto che è così!
GC: Certo! Questo è un chiaro indicatore di come si sottovalutino le difficoltà future.
VT: Che altri errori si fanno?
GC: Quello di astenersi dal confermare che tutte quelle informazioni che girano per internet e che presentano Tenerife come il Paese dei Balocchi, siano vere. Anzi, quando proponiamo i nostri corsi informativi per spiegare, a chi intende trasferirsi, come prendere la residenza, aprire un’attività o comprare immobili, avverto spesso una certa resistenza come se avessero paura di scoprire che dovranno ridimensionare le proprie illusioni.
VT: Poi?
GC: In secondo luogo, ma forse sarebbe da considerare il primo, non vedo se non in pochi casi, la reale determinazione all’integrazione. Quando esiste questa, si avverte anche una forte disponibilità ad adattarsi ad usi e costumi diversi. Al contrario, ascolto critiche e lamentele verso il sistema sociale canario e ho, spesso, la sensazione che si mantengano molte di quelle cattive abitudini tipiche della cultura italiana da cui ci si afferma di volersi distanziare.
VT: Beh, ma non è facile cambiare le proprie abitudini. Non le sembra?
GC: Se rilegge qualche riga indietro, troverà le parole difficoltà e aspetti negativi. Se l’obiettivo è quello di migliorare la qualità della nostra vita, non lo si ottiene senza sforzo. Lo spostamento fisico non lo provoca automaticamente, occorre un vero e proprio cambio culturale. Anche per il bene e il rispetto del Paese in cui ci si trasferisce: se guidando in modo aggressivo come è abituato, una persona non rispetta le strisce pedonali nelle Canarie, finirà per contribuire a che questa corretta abitudine si perda anche qui.
VT: Già! Dal punto di vista professionale, invece?
GC: In fondo valgono gli stessi concetti: occorre integrarsi. Questo non significa offrire merci e servizi agli spagnoli. Gli inglesi dimostrano che si può sopravvivere bene anche solo rivolgendosi ai propri connazionali. L’importante, come dappertutto nel mondo, è studiare accuratamente la nicchia di mercato esistente nel luogo in cui si intende operare ed essere in possesso delle qualità e conoscenze in grado di soddisfarla.
VT: Certo! Però ci vuole un sacco di tempo per fare funzionare una nuova ditta…!
GC: Molto! Io considero almeno due anni. Per questo motivo occorre studiare con molta calma e freddezza il mercato e, un volta deciso, proporsi di non mollare mai. E’ fondamentale stendere un completo studio dei flussi di cassa, strumento indispensabile per valutare se siamo in possesso del capitale necessario a resistere due anni. Confidare, invece, in un immediato e rapido successo vuole dire essere destinati ad una sicura delusione.

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