Crisi o Opportunità?

ViviTenerife: Non le sembra un po’ scontato dire che “la crisi apre la porta alle opportunità”?

Giovanni Comoli: Le frasi fatte escono sempre dall’altro orecchio. Tutti annuiscono sui concetti espressi, ma nel loro intimo continuano a rimpiangere quello che hanno perso. Io vorrei, per una volta, parlarne a fondo per riflettere davvero su questa frase.

VT: Quindi ha un suo personale punto di vista?

GC: Vorrei cominciare affermando che non esistono le crisi.

VT: Che significa? Non vorrà dire che l’attuale blocco del mercato non lo è?

GC: Vede, il mercato è per la sua natura una instabile “sabbia mobile” in cui non esistono sicurezze. Anche nel momento di maggiore espansione economica, ci sono imprese che falliscono e dipendenti che perdono il lavoro.

VT: Quindi?

GC: Imprenditori e lavoratori devono essere sempre pronti ad affrontare dei cambi, senza irrigidirsi sulle posizioni acquisite. Queste possono sparire da un momento all’altro.

VT: Però non è sempre stato così, vero?

GC: No! Veniamo da un epoca dove i lavoratori erano quasi tutti operai specializzati in fabbriche più o meno grandi, tramandate di padre in figlio. Si entrava come apprendisti e si andava in pensione senza mai cambiare il posto di lavoro e senza che l’impresa modificasse il tipo di prodotto offerto alla clientela.

VT: Già! Oggi non è più cosi!

GC: A cominciare dagli anni ’90, le aziende hanno sofferto sempre più la concorrenza di un mondo globalizzato, vedendosi obbligate a chiudere o a cambiare se non erano in grado di reggere la competizione commerciale. In quei casi, i dipendenti, per la maggior parte quarantenni e con vent’anni di anzianità, vivevano la perdita del posto di lavoro come una profonda ingiustizia, ingiustizia provocata dalla falsa sicurezza che essere entrati a lavorare in un’impresa, dovesse garantire loro il mantenimento a vita, come lo era stato per i loro genitori.

VT: Per i giovani di oggi non è più così!

GC: Mi arrivano curriculum di trentenni con 4 o 5 pagine colme di nomi di imprese e di differenti incarichi svolti, dal cameriere al cuoco, dall’informatico al bagnino, dall’addetto alla pubbliche relazioni o all’assistenza degli anziani fino ai vari ruoli ricoperti come impiegati. Quasi nessuno è più un “operaio specializzato”.

VT: È cambiato davvero il mondo del lavoro!

GC: Enormemente e soprattutto per i liberi professionisti. Una volta nei negozi c’erano i commercianti, i pizzicagnoli, i macellai o i pasticcieri e negli uffici gli avvocati o i geometri. Nelle fabbriche c’erano gli industriali e nei laboratori gli artigiani, i fabbri, i falegnami o i meccanici. Persone esperte e capaci di fare perfettamente il loro lavoro.

VT: Non ci vedo la differenza con quello che succede oggi.

GC: La differenza è che oggi tutte queste persone, per sopravvivere nell’aggressivo mercato attuale, si sono dovute trasformare in imprenditori, nel senso più ampio del temine.

VT: Che intende dire?

GC: Che non è più sufficiente essere capaci di erigere un muro, pitturare una facciata o rappresentare un cliente in un tribunale. Oggi è necessario sapere usare i vantaggi offerti dai computer e dai cellulari, capire internet, le vendite online, partecipare alle reti sociali. Inoltre bisogna conoscere gli obblighi tributari e gli aspetti fiscali della propria attività, i meccanismi dei finanziamenti e delle sovvenzioni, le assicurazioni, le leggi sulla privacy, sulla tutela del consumatore e dei contratti di lavoro. Utile, infine, fare corsi di marketing, di grafica e di contabilità.

VT: Non è troppo per un piccolo artigiano o un commerciante?

GC: Non lo chiedo io, lo chiede un consumatore sempre più esigente ed informato. Il libero professionista che non è disposto a trasformarsi in un imprenditore completo con tutta la competenza descritta più sopra, si mette in condizioni di essere superato da chi è disposto a farlo.

VT: Mi scusi, ma tutta questa preparazione che servirà in un periodo di crisi?

GC: Un imprenditore preparato conosce il mercato e non si aspetta che resti uguale per sempre. Sarà pronto ad adeguarsi ai cambiamenti ed ad anticipare i nuovi bisogni della propria clientela. Non considera l’attuale come un periodo di crisi, ma come il momento per prepararsi a dei cambi. Del resto, in questi mesi, si sono sviluppate attività nuove e molto interessanti.

VT: Ad esempio?

GC: Le vendite online in generale, i prodotti parafarmaceutici e le segnaletiche. Fra i servizi, le consegne a domicilio, la creazione di pagine web, le logistiche e i centralini telefonici. Insomma, se si vuole, ci sono spazi per l’adeguamento e la riconversione dell’offerta. A questo proposito, mi ha divertito molto vedere nel telediario della Televisione Canaria un servizio sulla ditta Arucas di Gran Canaria.

VT: Che ha fatto?

GC: Si tratta di una distilleria, conosciuta soprattutto per la produzione del ronmiel, quel tipico liquore locale offerto nei ristoranti canari a fine pasto. Nel mese di Aprile, poche settimane dopo l’istituzione dello Stato di Allarme, hanno modificato un alambicco per produrre la soluzione disinfettante a base di alcool di cui si sentiva una forte carenza.

VT: Deve però ammettere che una riconversione costa soldi.

GC: Qualsiasi attività economica richiede un continuo apporto di capitale per adeguarsi man mano al mercato che cambia. Pertanto, non è una necessità della situazione attuale, ma una caratteristica costante dell’imprenditoria. Gli utili devono sempre, almeno in buona parte, essere reinvestiti nell’impresa. Inoltre, è importantissimo creare e mantenere una buona credibilità bancaria capace di farci ottenere dei finanziamenti agevolati nei casi in cui le proprie risorse risultano essere insufficienti.

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